26 Ottobre 2009

T-holding: Confindustria, le PMI e la crisi

Confindustria lancia il progetto T-Holding per le piccole e medie imprese. Le risorse a disposizione sono scarse. Ci sentiamo davvero di spostare risorse dagli incentivi alle imprese ad un progetto del genere? Cosa ne pensate?
La notizia
Confindustria lancia il progetto T-Holding per le piccole e medie imprese. “T” sta per tutela ed il disegno si rivolge a quel milione di piccole imprese che, secondo quanto riferito oggi dal presidente della Piccola industria di Confindustria Giuseppe Morandini, rischia di essere travolto in modo irreparabile dalla crisi ma anche a quelle in cerca di nuovi percorsi di sviluppo.

La sintesi del progetto

L’imprenditore conferisce l’azienda ad una T-Holding diventandone socio, garantendosi il valore patrimoniale e liberandosi delle garanzie personali. 

Cosa Confindustria chiede al Governo

  • La creazione di un fondo a capitale pubblico-privato con 2 miliardi di euro di disponibilità che investa solo ed esclusivamente in queste operazioni di aggregazioni;
  • Il rafforzamento dei bonus aggregazioni e patrimonializzazione già esistenti;
  • L’accesso diretto al Fondo di garanzia, già costituito e la possibilità per le banche di godere di un trattamento fiscale agevolato sulle eventuali partcipazioni al capitale delle T-Holding.

Qualche riflessione  
Sul metodo

Mi sarebbe piaciuto trovare il progetto formalizzato sul sito di CONFINDUSTRIA. Ciò avrebbe aiutato a dare forza, credibilità e a sviluppare la conversazione. Il rischio è di ricadere nel solito effetto annuncio.  

 Sul merito

A caldo rilevo alcune criticità del progetto, alcune già evidenziate in alcuni interessanti commenti in rete (Daniele, Barbara) 

  • 1. chi sceglie quali imprenditori possono partecipare al progetto? Ricordiamo che sono aziende per definizione in forte crisi finanziaria.
  • 2. chi sceglie i valori di conferimento?
  • 3. Corporate Governance della T holding: l’imprenditore avrà ancora voce in capitolo nella gestione o avrà solo una quota di minoranza? Se si crediamo davvero che l’imprenditore rinuncerà alla sua azienda così facilmente? Forse solo l’imprenditore disperato che vuole salvare casa, ma allora quale convenienza per il fondo?
  • 4. Come scegliere i manager che gestiranno la T holding? Li nomina il fondo pubblico/privato con tutti i rischi ed i limiti di una tale struttura?
  • 5. Il nuovo manager dovrà poi decidere su licenziamenti e razionalizzazioni produttive. Il fatto che sia di nomina pubblica non faciliterà l’operazione

In ultimo ricordiamo che le risorse a disposizione sono scarse. Ci sentiamo davvero di spostare risorse dagli incentivi alle imprese ad un progetto del genere? Ricordiamoci poi che stiamo parlando di PMI con tutti i limiti del caso e soprattutto di aziende non quotate in borsa. 

Il vero problema è chi decide quando investire e dove investire. Difficile convincere i privati ad investire forzatamente in una T-holding che raccoglie solo imprese in crisi (se ci fosse convenienza ci penserebbe il mercato). Drammatico se si pensa ad un fondo statale. Resto dell’idea di far funzionare gli strumenti che ci sono, aumentare la spesa in infrastrutture, aumentare gli incentivi alle imprese per ricerca ed innovazione.  

Bisogna semplificare, non aggiungere strumenti a strumenti e dimenticarci di farli funzionare….

PS come procede la moratoria bancaria? sono state poi potenziate le garanzie dei confidi? ecc.. 

Cosa ne pensate?

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12 Commenti a “T-holding: Confindustria, le PMI e la crisi”

  1. Dragan Bosnjak scrive:

    Ciao Andrea, ho fatto il mio approfondimento sul tema presso il mio blog. Dai un’occhiata quando riesci…

  2. T-Holding | Il Blog di Dragan Bosnjak scrive:

    [...] letto questo post di Andrea Panato e volevo fare qui il mio commento ed [...]

  3. Andrea Arrigo Panato scrive:

    Grazie per la citazione Dragan, ottimo commento. La semplificazione è soprattutto un fatto di mentalità. tutti la chiedono ma poi fanno proposte estremamente complesse. l’imprenditore ha di fronte quotidianamente un mercato complesso, almeno la normativa dovrebbe essere semplice.

  4. Paolo Tirabassi scrive:

    Vengo a conoscenza della proposta di Confindustria da questo blog e chiedo cortesemente dove posso trovarne una descrizione “autentica” e completa.
    Certo, per quanto ne dite, suscita molte perplessità. Ne sottolineo una, gia accennata da Dragan Bosnjak sul suo blog: darebbe un ulteriore contributo al livellamento verso il basso di italico costume, che consente ai peggiori - e agli immanicati - di sbarcare il lunario a rimorchio dei migliori.
    In questo particolare momento storico-economico mi pare che la cosa sia ancora più grave, perchè questa non è solo una crisi “ciclica” ma in qualche modo anche una crisi del modello economico e una crisi dei paesi più avanzati nel confronto con gli emergenti.
    Queste tematiche richiederebbero che tutti, a cominciare dalla politica, si interrogassero su cosa salvare, date le risorse limitate. E la risposta non può essere che una: salviamo ciò che ha un futuro nel nuovo scenario. Certo non è facile nè da progettare nè da fare. Ma sono le aziende che vanno bene, che esportano, che innovano, che dovrebbero essere aiutate dal sistema paese, non quelle che vanno male.

  5. This week on Postilla #7 — Encob Blog scrive:

    [...] la serie di articoli sui fondamentali di lean thinking ma sono andato a commentare un altro articolo, di Andrea Panato, che parlava del cosiddetto T-Holding.Cosa è questo T-Holding? Cito da internet:Confindustria [...]

  6. andrea arrigo panato scrive:

    @tirabassi: poi trovare qualcosa nello speciale PMI del sole 24 ore di sabato scorso. nessuna versione ufficiale, solo un approfondimento giornalistico.

    credo che confindustria pensi ad approfondire ulteriormente il tema delle aggregazioni. spero con strumenti diversi o comunque diffondendo materiali ufficiali su cui riflettere.

  7. Raffaello Lupi scrive:

    Mi sembra che anche qui troviamo un effetto della mancata definzione di impresa, e della mancata dialettica tra impresa e lavoro autonomo, indotta purtroppo da definizioni fiscali che ignorano del tutto la componente organizzativa, mettendo non solo sullo stesso piano il fabbro e l’acciaieria (fin qui se ne accorgono tutti, meno che gli accademici di tributario), ma soprattutto rendendosi incapaci di analizzare quello che sta nel mezzo, cioè le sfumature intermedie tra aspetti personalistici e organizzativi. Secondo me, per fare un milione di situazioni dobbiamo coinvolgere anche baristi, carrozzieri, panettieri e una miriade di attività che in realtà sono di “lavoro autonomo”. Per le imprese abbastanza organizzate, con almeno qualche decina di addetti, l’impresa potrebbe valere la spesa. Quanto alle agevolazioni fiscali per le aggregazioni di impresa, non credo le abbia realizzate nessuno. Erano una iniziativa mediatica di sinistra del 2007. A proposito sapete la differenza tra iniziative mediatiche di sinistra e di destra? Quelli di destra le “sanno vendere”. Ma ne riparleremo.

  8. Raffaello Lupi scrive:

    Riparliamone subito. Dicendo che il contesto giuridico-mediatico italiano, dove in sintesi tutto è tollerato, ma ben poco è esplicitamente consentito, scoraggia profondamente la crescita dimensionale delle imprese. ANche se è caduto il muro di Berlino da vent’anni, il contesto mediatico italiano non si è evoluto dai tempi del film “la classe operaia va in paradiso”, gli stereotipi sono mutati, ma la riflessione sull’impresa come organizzazione non c’è stata. L’impresa viene vista ancora come “un omone”, come se avesse una mente unitaria, come se ci fossero il “Signor Coca e il Signor Cola” o il signor General e il signor Motors (pace all’anima loro in chapter 11). Non si è fatta una riflessione sulla dialettica tra stato e mercato nell’organizzazione sociale, e li si continua a contrapporre senza riuscire ad integrarli. E’ ancora diffusa l’idea di una onnipotenza legislativa, capace di incarnare nelle “regole” una razionalità universale. Le regole, la legalità, l’idea di loro onnipotenza è il moderno feticcio che allarga sempre più il cancro della burocrazia sulla produzione. E purtroppo la burocrazia è la metastasi di quello che dovrebbe essere l’intervento dello stato nella convivenza sociale. Gli uomini di azienda ed i contabili sono confusi nei confronti di una giungla normativa dove la legalità ha ucciso il buonsenso, generando deresponsabilizzazione, parassitismo, equivoci, incertezze e paradossi. In materia tributaria siamo arrivati al capolinea

    http://www.fondazionestuditributari.com/index.php?option=com_content&view=article&id=105:siamo-i-watussi-ah-ah-ah&catid=25:teoria-della-tassazione&Itemid=69
    ma anche nel resto non si ride. Finchè le imprese restano piccole possono passare inosservate, fingere che tutta la valanga di regole, dalla privacy , all’antiriciclaggio, alla sicurezza, alle assunzioni obbligatorie, al DURC , al nulla osta provvisorio dei vigili del fuoco e simili non esistano. Finchè sono piccolo, me ne frego e con la gazzetta ufficiale ci incarto le uova, per non dire di peggio. Quanto più divento grosso, aumentano le seccature. facendo parte del collegio sindacale di una quotata, ho visto in quale misura gli uomini di azienda, i contabili, siano privi di anticorpi contro disposizioni disorientanti, che prescrivono cose assurde, restano lettera morta, ma possono essere riesumate strumentalmente per i nemici. Gli uomini di azienda, i produttori, sono gente dopotutto trasparente, semplice, che distingue il bianco e il nero, il dare e l’avere, disarmata davanti al gioco delle parti che caratterizza le organizzaizoni sociali complesse e da cui emerge la legislazione come “moderno feticcio”. Dopo l’unità d’Italia, Giuseppe Zanardelli scriveva che l’Italia è un paese di pessime leggi, temperate dalla loro generale inosservanza. Le organizzazioni d’impresa, però, più diventano grandi più sanno di essere esposte, e meno tollerano una situazione di incertezza. In un contesto dove solo le organizzazioni hanno le dimensioni per fare ricerca, investire nel lungo periodo e creare occupazione, non c’è da stare allegri in un paese di fabbrichette e padroncini. Sono la ricchezza dell’Italia, e Dio ce le conservi, ma non sono certo in un contesto giuridico-burocratico che le stimola a crescere.

  9. Woman scrive:

    Dr. Lupi la ringrazio per la sua disamina che ho letto con interesse ma volevo dirle che dalle mie parti (emilia) per quanto riguarda gli adempimenti di legge vengono piu’ “torchiate” le pmi che le gi. Le gi sono untouchable… mentre le pmi (e lo dico per esperienza personale) subiscono controlli continui.

  10. Andrea Panato scrive:

    @ Woman: hai ragione, spesso dimentichiamo lo sforzo di imprese che pur essendo pmi per dimensioni e fatturato non lo sono per mentalità e strategia.

    Per non parlare poi di sanzioni di alcune normative che risultano assolutamente non proporzionali alle dimensioni dell’impresa (es. privacy, in alcuni casi sanzioni ridicole per una grande impresa possono uccidere una piccola).

  11. Andrea Panato scrive:

    @ Prof Lupi: temo che il grave sia che queste confusioni le faccia proprio confindustria.

    Condivisibile completamente ovviamente tutto quanto afferma sul nostro sistema normativo. Difficile essere ottimisti.

  12. Professionisti e social network: twitter, facebook, linkedin, friendfeed | Il Blog di Andrea Panato scrive:

    [...] in sonno il gruppo Ridisegnare l’impresa. Interessante però che al dibattito sul mio post su T HOLDING: opportunità per le imprese in crisi abbia partecipato attivamente un importante professore di diritto tributario. E’ stato quindi [...]

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